Non sono mai stato un uomo tranquillo. Ho vissuto spesso nell'inquietudine, nel tormento esistenziale, nel disagio a volte. E anche nelle cose più semplici, quotidiane, sono stato sempre insofferente. Insofferente alle attese, alle code nei negozi, alla lentezza, di tutti i tipi, soprattutto quella mentale. Ho sempre provato nella mia vita, chissà perchè, un sottile senso di non appartenenza, ovunque fossi, in qualsiasi situazione mi trovassi, fosse stata perfino una cena tra amici, magari solo per qualche istante mi sentivo fuori posto. Figuariamoci adesso. No, non posso dire di essere stato un uomo in pace con se stesso, ma questo non ha mai rappresentato un problema per me. "Prima di star bene con gli altri devi imparare a star bene con te stesso", si dice. Può darsi, può darsi che a causa di questo mio malessere interiore abbia coltivato, e devo dire con sottile piacere, una certa tendenza alla misantropia. D'altra parte quelli che stanno bene con se stessi io non li sopporto, non li ho mai sopportati, sono sempre un po' coglioni. Tanto tempo fa ho detto ad un tizio, un nostro vicino di casa in Italia: "Lei starà bene con se stesso ma io non sto bene con lei perchè lei è un imbecille". Ci avevano invitato a cena, lui e la moglie, poco tempo dopo il trasloco definitivo dall'Inghilterra; credo rientrasse nei doveri di buon vicinato. E questo tizio, con la sua ostentata serenità, che tra l'altro gli dava una vaga espressione bovina, nel breve arco di una cena mi era diventato insostenibile. E così, quando se n'era uscito dicendo non ricordo a quale proposito che lui stava bene con se stesso, non gliel'avevo fatta più, ero sbottato e gli avevo detto quelle precise parole. Karen non mi ha parlato per una settimana, il mio vicino per sempre.
La vita è piena d'infinite assurdità, le quali sfacciatamente non hanno neppure bisogno di parer verosimili, perchè sono vere.
giovedì 14 luglio 2011
mercoledì 13 luglio 2011
martedì 12 luglio 2011
lunedì 11 luglio 2011
"La classe fa la Ola mentre spiego", John Beer
Ho deciso di inaugurare una nuova rubrica, per non far prendere una piega troppo deprimente a questo blog visto il tenore delle mie ultime letture :p Da ora in poi, a prescindere dal fatto che abbia trovato o meno un brano di qualche libro particolarmente rappresentativo, ci sarà un post del giorno: una delle note disciplinari più pazze d'Italia :)
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L’alunno F. si presenta in classe con un ritardo improponibile sostenendo di aver fatto tale ritardo per motivi di vento contrario.
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L’alunno F. si presenta in classe con un ritardo improponibile sostenendo di aver fatto tale ritardo per motivi di vento contrario.
Sempre "Cosa ti aspetti da me?"
No, Dio non esiste, perchè se esiste un dio che consente il dolore del mondo come effetto collaterale della sua conoscenza - se pure la contropartita è la nostra libertà - è un dio difficile da accettare, soprattutto per me che ho pagato sulla mia pelle. E nessuno mi dica che l'agire di Dio è inafferrabile e misterioso, che sta al di là di tutte le idee di giustizia che si possono avere su di lui, perchè non posso accettare nemmeno questo. Sono disposto, anche se con grande disagio, a sopportare la mia sofferenza e quella degli altri, anche quando sembra accanirsi, ma non sono disposto ad accettare la sofferenza dei bambini nascondendomi dietro alle imperscrutabili ragioni dell'agire divino. E' facile vedere Dio nella bellezza della natura o nella perfezione delle dinamiche cosmiche, ma allora lo si dovrebbe vedere anche nelle putride discariche di Calcutta, o in certe camere d'albergo a Bangkok. Lo si dovrebbe vedere, certo, ma io non lo vedo. E pensare che c'è stato un tempo in cui l'ho pregato, Dio, gli ho chiesto di salvare David. Non l'ha fatto. No, mi dispiace, io non ci casco, o Dio interviene sempre, per tutti, o non interviene mai. Ma visto che non interviene sempre allora vuol dire che non lo fa mai, oppure, come è molto più logico pensare, che no c'è. Ce lo siamo inventato noi, prima della ruota, e si è rivelato molto più utile.
Tutti si affannano a cercare il senso delle cose, ma l'Universo è un sistema fisico, che scopo o fine ci può mai essere in un sistema fisico? la Fisica spiega se stessa, purchè non si cerchi qualcosa o qualcuno che spieghi la fisica. Nessuno può spiegarlo perchè, come diceva Platone, la fisica è Dio. Oggi ha assunto la forma dell'Universo, ma c'era già prima del Big Bang e c'è sempre stata. Se tornassimo indietro di venti miliardi di anni e guardassimo oltre l'orizzonte degli eventi la potremmo vedere, potremmo vedere un paesaggio inconcepibile dove lo spazio e il tempo implodono in un cono di gravità che li polverizza, dove le differenza si assottigliano fino a diventare uguali, dove gli opposti si avvicinano fino a diventare unici. Potremmo vedere il vuoto che si è compresso fino a diventare un punto, che conteneva tutto l'Universo e dal quale è esploso il Big Bang. Il vuoto! Non Dio, e neppure il nulla, perchè il nulla è niente e niente potrebbe nascere dal nulla, mentre il vuoto è pieno di Fisica. E' nel vuoto che si nasconde la fisica più violenta. Altra fisica, naturalmente, inaccessibile da questo Universo, ma che per esistere non ha bisogno di nessuno che la crei, non di più, almeno, di colui che avrebbe dovuto crearla. Noi siamo una fluttuazione del vuoto.
Oggi Dio non lo cerco più. Qui dentro non c'è di sicuro.
Tutti si affannano a cercare il senso delle cose, ma l'Universo è un sistema fisico, che scopo o fine ci può mai essere in un sistema fisico? la Fisica spiega se stessa, purchè non si cerchi qualcosa o qualcuno che spieghi la fisica. Nessuno può spiegarlo perchè, come diceva Platone, la fisica è Dio. Oggi ha assunto la forma dell'Universo, ma c'era già prima del Big Bang e c'è sempre stata. Se tornassimo indietro di venti miliardi di anni e guardassimo oltre l'orizzonte degli eventi la potremmo vedere, potremmo vedere un paesaggio inconcepibile dove lo spazio e il tempo implodono in un cono di gravità che li polverizza, dove le differenza si assottigliano fino a diventare uguali, dove gli opposti si avvicinano fino a diventare unici. Potremmo vedere il vuoto che si è compresso fino a diventare un punto, che conteneva tutto l'Universo e dal quale è esploso il Big Bang. Il vuoto! Non Dio, e neppure il nulla, perchè il nulla è niente e niente potrebbe nascere dal nulla, mentre il vuoto è pieno di Fisica. E' nel vuoto che si nasconde la fisica più violenta. Altra fisica, naturalmente, inaccessibile da questo Universo, ma che per esistere non ha bisogno di nessuno che la crei, non di più, almeno, di colui che avrebbe dovuto crearla. Noi siamo una fluttuazione del vuoto.
Oggi Dio non lo cerco più. Qui dentro non c'è di sicuro.
lunedì 30 maggio 2011
"Che cosa ti aspetti da me?", L. Licalzi
Da quando sono qui, se ancora avessi avuto dei dubbi, ho definitivamente capito che neanche l'altruismo esiste, almeno come idea pura. L'altruismo è la maschera dorata dell'egoismo, in qualche caso del narcisismo, nient'altro che una sua anomala gratificazione. C'è qualcuno che crede davvero all'esistenza sulla faccia della terra di un uomo che mette gli altri prima di se stesso? O che almeno non usa gli altri, magari in buona fede e con intenti lodevolissimi, per carità, ma pur sempre in suo favore? C'è chi gode a fare del male e chi gode a fare del bene, ma tutto alla fine serve sempre e solo al proprio godimento. A far del bene ci si sente buoni e in pace con la propria coscienza, si soddisfano esigenze personali in fondo, che per alcuni addirittura si esauriscono nell'ammirazione suscitata nella gente. Bisognerebbe che fosse il contrario, allora sì che si capirebbe se l'altruismo esiste davvero. Bisognerebbe che a far del bene si provasse disagio, sensi di colpa, rimorsi; quanti continuerebbero a fare del bene se le cose stessero così? Allora sì che ci crederei, io, all'altruismo, altrimenti è troppo facile. E allora non ci credo.
domenica 15 maggio 2011
Questo è quel lago
Mi impensierisce molto scrivere il post che vorrei scrivere stasera. Non è facile, per tanti motivi: una parte di me pensa che il tema sia pietoso, l'altra parte di me a questo tema gli vuole bene, e pensa che l'archiviazione come "pietoso" sia la solita scusa che usa la parte più arida razionale e bacchettona di me per quello che smuove nell'altra mia parte più zingara (Amici miei parlando) sensazioni sconvenienti per cose sconvenienti.
La Goliardia. Anzi, spiegare o anche solo raccontare la Goliardia a persone che non hanno tanta o per niente idea di cosa sia. Sarà a due voci questo tentativo di spiegazione, sappiatelo, in virtù dell'affatto incipiente ma ben radicata schizofrenia che mi assale e travolge in particolare nel trattare argomenti spinosi e controversi.
Le matricole sono quei coglioni alcolizzati che passano la loro vita diciamo universitaria (perchè per dire studentesca bisognerebbe che studiassero) a farsi dire da altri coglioni alcolizzati più grandi, alcuni decisamente vecchi, dotati quindi di più "bolli", ad esempio di abbassarsi i pantaloni intonando sonori "coccodè" in mezzo a Via del Corso. E dopo esserselo fatto dire lo fanno, con un entusiasmo sconcertante. Chi "fa le Feriae" (Matricularum Senensium) con la scusa di voler rendere immortali e indimenticabili i propri 20 anni, che diventano atrocemente 30 e poi drammaticamente 40, vive (spesso sopravvive) in un'eterna e direi amara Sindrome di Peter Pan, da cui non guarirà mai. Avviene un inquietante lavaggio del cervello che si basa sullo spirito di appartenenza e di partecipazione a valori (?) condivisi, che è il motore primo di ogni associazione umana (dalla parrocchia a Al qaeda, ognuna col suo fardello di drammatici risvolti se non fosse per l'ancestrale vantaggio darwiniano dell'aggregarsi - per la serie: "Nessun uomo è un'isola. Maledizione."). Credono che la loro giovinezza (??) sarebbe uno degli effimeri gigli che si fuggono tuttavia, che fioriscono e sfioriscono ad ogni angolo di strada, triturati dall'impietoso volare via del tempo, e che invece così il loro nome di Principi e Balioti resterà, a fianco delle grandiose gesta di cui comunque poco si ricordano da sobri, negli annali della gloria (se non altro nella lista di Wikipedia e su Youtube).
Il fatto è che io ci casco sempre con tutte le scarpe; mentre questa stronza acida che mi porto appresso e di cui ora sapete l'opinione mi guarda con disapprovazione io mi commuovo e a teatro, nella penombra, prima che vada in scena l'ultima rappresentazione dell'Operetta, canto sottovoce Gaudeamus Igitur sorridendo, rispolverandolo da un devo ammettere amato cassetto della memoria, quello di una me sedicenne, poi diciassettenne, studentessa di un liceo per niente estraneo a questo clima e che a sua volta era per questo amato/odiato a seconda di quale veste mi andava di portare. Non me ne frega più un cazzo del nonnismo (deprecabile e fascista blablabla), del divieto per le donne di partecipare (antidemocratico e razzista blablabla), del fatto che un tizio di credo neanche 5 anni più giovane di mio padre mi abbia appena messo una mano quasi sul culo per passarmi poi avanti in fila al bar (viscido maniaco blablabla). La città per questa settimana è loro, fanno quello che devono e cioè quello che vogliono. C'è dell'attrazione in tutto questo, come in tutto ciò che a pelle suona sbagliato. Il Gaspero mi rapisce, mi porta con sè nella voluttuosa e riposante ottica del fancazzismo proclamato con fierezza come unico stile di vita che abbia un senso adottare dal momento che del doman non v'è certezza. Piume, mantelli, gente che conosco. Baci, abbracci, odore di vino e di sudore, Facce nuove e più giovani che mi fanno sentire addosso la loro stessa ansia che troppo presto verrà un domani che non voglio, in cui quello non sarà il mio posto, in cui dovrò semmai preoccuparmi egoisticamente che non lo frequentino troppo i miei figli (e quel che è peggio le mie figlie!). C'è della genialità in questa casta di deficienti fuori dal mondo e dal tempo, l'ho pensato oggi ad esempio mentre leggevo su un loro vecchio Numero Unico di uno scherzo, uno dei tanti, fatto ai residenti del centro e al Comune (lettere distribuite in ogni casa con scritto che per emissione di falsi permessi ztl tutti dovevano entro 48 ore farvi apporre un timbro indelebile previa autenticazione dello stesso; conseguente isteria collettiva e intasamento degli uffici). Con un certo spirito decadente oggi torno a Firenze dopo questa parentesi senese, con la sensazione che le mie radici di identità si trovino dove meno vorrei che si trovassero ma dove in fondo mi piace che si trovino...
La Goliardia. Anzi, spiegare o anche solo raccontare la Goliardia a persone che non hanno tanta o per niente idea di cosa sia. Sarà a due voci questo tentativo di spiegazione, sappiatelo, in virtù dell'affatto incipiente ma ben radicata schizofrenia che mi assale e travolge in particolare nel trattare argomenti spinosi e controversi.
Le matricole sono quei coglioni alcolizzati che passano la loro vita diciamo universitaria (perchè per dire studentesca bisognerebbe che studiassero) a farsi dire da altri coglioni alcolizzati più grandi, alcuni decisamente vecchi, dotati quindi di più "bolli", ad esempio di abbassarsi i pantaloni intonando sonori "coccodè" in mezzo a Via del Corso. E dopo esserselo fatto dire lo fanno, con un entusiasmo sconcertante. Chi "fa le Feriae" (Matricularum Senensium) con la scusa di voler rendere immortali e indimenticabili i propri 20 anni, che diventano atrocemente 30 e poi drammaticamente 40, vive (spesso sopravvive) in un'eterna e direi amara Sindrome di Peter Pan, da cui non guarirà mai. Avviene un inquietante lavaggio del cervello che si basa sullo spirito di appartenenza e di partecipazione a valori (?) condivisi, che è il motore primo di ogni associazione umana (dalla parrocchia a Al qaeda, ognuna col suo fardello di drammatici risvolti se non fosse per l'ancestrale vantaggio darwiniano dell'aggregarsi - per la serie: "Nessun uomo è un'isola. Maledizione."). Credono che la loro giovinezza (??) sarebbe uno degli effimeri gigli che si fuggono tuttavia, che fioriscono e sfioriscono ad ogni angolo di strada, triturati dall'impietoso volare via del tempo, e che invece così il loro nome di Principi e Balioti resterà, a fianco delle grandiose gesta di cui comunque poco si ricordano da sobri, negli annali della gloria (se non altro nella lista di Wikipedia e su Youtube).
Il fatto è che io ci casco sempre con tutte le scarpe; mentre questa stronza acida che mi porto appresso e di cui ora sapete l'opinione mi guarda con disapprovazione io mi commuovo e a teatro, nella penombra, prima che vada in scena l'ultima rappresentazione dell'Operetta, canto sottovoce Gaudeamus Igitur sorridendo, rispolverandolo da un devo ammettere amato cassetto della memoria, quello di una me sedicenne, poi diciassettenne, studentessa di un liceo per niente estraneo a questo clima e che a sua volta era per questo amato/odiato a seconda di quale veste mi andava di portare. Non me ne frega più un cazzo del nonnismo (deprecabile e fascista blablabla), del divieto per le donne di partecipare (antidemocratico e razzista blablabla), del fatto che un tizio di credo neanche 5 anni più giovane di mio padre mi abbia appena messo una mano quasi sul culo per passarmi poi avanti in fila al bar (viscido maniaco blablabla). La città per questa settimana è loro, fanno quello che devono e cioè quello che vogliono. C'è dell'attrazione in tutto questo, come in tutto ciò che a pelle suona sbagliato. Il Gaspero mi rapisce, mi porta con sè nella voluttuosa e riposante ottica del fancazzismo proclamato con fierezza come unico stile di vita che abbia un senso adottare dal momento che del doman non v'è certezza. Piume, mantelli, gente che conosco. Baci, abbracci, odore di vino e di sudore, Facce nuove e più giovani che mi fanno sentire addosso la loro stessa ansia che troppo presto verrà un domani che non voglio, in cui quello non sarà il mio posto, in cui dovrò semmai preoccuparmi egoisticamente che non lo frequentino troppo i miei figli (e quel che è peggio le mie figlie!). C'è della genialità in questa casta di deficienti fuori dal mondo e dal tempo, l'ho pensato oggi ad esempio mentre leggevo su un loro vecchio Numero Unico di uno scherzo, uno dei tanti, fatto ai residenti del centro e al Comune (lettere distribuite in ogni casa con scritto che per emissione di falsi permessi ztl tutti dovevano entro 48 ore farvi apporre un timbro indelebile previa autenticazione dello stesso; conseguente isteria collettiva e intasamento degli uffici). Con un certo spirito decadente oggi torno a Firenze dopo questa parentesi senese, con la sensazione che le mie radici di identità si trovino dove meno vorrei che si trovassero ma dove in fondo mi piace che si trovino...
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